lunedì 27 aprile 2009

Io lo sapevo...

Non sarà bello dire "te l'avevo detto" però questa volta lo avevamo anche scritto che per lanciare l'internet mobile in Italia serviva la partnership con Facebook.
Era il 31 maggio 2008 quando abbiamo consegnato il nostro elaborato al Premio Marketing per il Caso Wind ma l'intuizione la avevamo avuta già qualche mese prima.Vodafone Facebook

Cosa fanno i nostri consumatori quando si collegano in rete? Essi usano la rete soprattutto per socializzare pertanto noi decidiamo di portare sui cellulari italiani il più promettente social network mondiale: Facebook. [...] visto il trend a livello mondiale riteniamo che diventerà rapidamente molto importante anche in Italia e possiamo ottenere il vantaggio di creare per primi una partnership.
http://www.slideshare.net/mrlovat/caso-wind
...che se fosse stata attivata a quel tempo (quando Facebook era sconosciuto in Italia) magari avrebbe potuto permettere un accordo preferenziale se non addirittura un qualche tipo di esclusiva.3 inq1
Adesso (un anno dopo) i due operatori più trendy del mercato stanno lanciando offerte e promozioni centrate sui social network a conferma della bontà di quell'intuizione.

Sarà anche stato un colpo di culo prevedere il boom di Facebook con un anno di anticipo. Però, un colpo di culo qua, uno la... forse è il caso che inizi a pubblicarli.
Altrimenti finisce come quella volta che mi ero immaginato una bevanda poco alcolica in bottiglia come alternativa per chi non ama la birra e l'anno dopo sono nati i ready-to-drink.

lunedì 20 aprile 2009

Lobby, chi ne ha troppe e chi poche.

Copertina La finanziaria siamo noiSono appena tornato dalla presentazione di un libro sul tema della crisi economica in cui si parla anche di lobby.
Stefano Lepri ha ricordato che in Italia gli interessi particolari la fanno sistematicamente da padrone sull'interesse generale e ha portato l'esempio della lobby dei farmacisti che si è opposta alla liberalizzazione contenuta nel cosidetto decreto Bersani.

In realtà la lobby dei farmacisti è una delle poche che di fronte al decreto Bersani ha calato le brache mentre perfino i tassisti sono riusciti a mantenere i loro privilegi.

Lungi da me il confutare la tesi di Lepri sullo strapotere delle lobby ma per dovere di cronaca ricordo che l'attività di lobbying, cioè portare i propri interessi all'attenzione dei potenti, è assolutamente legittima. Il fatto che i consumatori scelgano di non servirsene, mentre le corporazioni sì, è affar loro.

Non è un caso che i farmacisti abbiano dovuto cedere. Contro di loro c'era una lobby molto forte, cioè quella delle Coop che aveva interesse a liberalizzare la vendita dei farmaci da banco. I tassisti invece non avevano alcun antagonista e infatti non si sono spostati di un millimetro.

La cosa curiosa è che la liberalizzazione, che in teoria andava contro gli interessi della categoria, ha finito invece per avvantaggiarla.
Oggi i farmacisti sono tra i pochissimi che non hanno problemi a trovare lavoro grazie proprio alle nuove assunzioni nei corner dei supermercati mentre non mi pare che si registrino casi di farmacie in difficoltà a causa della concorrenza dei supermercati.

Ma allora perché inizialmente si erano opposti alla liberalizzazione?

Perché in Italia le lobby non portano avanti la voce di tutta la categoria ma solo di chi ha già una carriera molto ben avviata in quella categoria.

I farmacisti che si sono avvantaggiati dalla liberalizzazione non sono i titolari, vecchi tromboni della lobby ma i giovani non titolari. Cioè quelli che lavorano come dipendenti con un contratto nazionale ridicolo che grazie alle nuove assunzioni hanno visto aumentare (un po') il loro potere contrattuale.

Più che di lobby dei farmacisti bisognerebbe parlare di lobby dei vecchi tromboni e così in molti altri settori.

I sindacati sono il massimo esempio di "lobby dei vecchi tromboni" perché, come accenno nel post precedente, si interessano soprattutto di chi ha meno bisogno di protezione, cioè dei fortunati di mezza età che sono stati assunti quando si usavano ancora i contratti a tempo indeterminato mentre i lavoratori post Legge 30 sono lasciati in balia del mercato.

sabato 18 aprile 2009

Equality in the italian labour market

Fairness I by Terry McCombsIf I had to chose between freedom and equality I'd always pick the first one, with only one exception.

Now that i'm in the exciting business of job seeking I'm experiencing the strenuous competition that exist among new graduates to get a dignified job.
I do belive free market is king and ultimately everybody will get what he or she deserves. If you're brilliant, you'll get the job you want and you'll be paid accordingly.
If you're not that smart, maybe you should lower your expectations.

Unfortunately, this is not how it works in Italy.

Let me step back for a second.
Looks like in this country we can never have an equilibrium.
During fascism all the power was in the hands of one person while the masses were basically powerless.
Then in the post war period until about 10 years ago the masses were king. Trade unions could literally shape national and corporate policy at their will and so they did.
During that time just everybody was irresponsibly hired with a lifelong contract that doesnt' allow lay-off.

Now, since 2003, we finally have a real free labour market where employers can hire and fire very easily BUT the new rules don't apply to all workers.

From the post-war period (often referred to as "First Republic") we've inherited a huge class of workers who now have 15 to 30 years experience but fairly low instruction and most important, absolutely no willingness to improve because they can't be sacked.

While the power is swinging back to the elites, the new masses of young (graduate) workers are literaly powerless. Not represented by the Parliament (which is almost exclusively formed by over 50s) but neither by the trade unions which only represent those who already have one of the old lifelong contracts.

Now that the economic downturn is grinding, firms are lowering costs by sacking those who can be sacked: young employees hired after 2003.
Even if it sounds like sacking the corporate future.

People should be free. Rules should be equal to everybody.

venerdì 3 aprile 2009

Commento su "La Commedia di Candido"

La Commedia di CandidoAlla fine non ho lesinato gli applausi ma questa "Commedia di Candido" di Stefano Massini è ben lungi dal definirsi completa.

Iniziamo dai lati positivi: il cast. Tutti molto bravi, soprattutto Vittorio Viviani e Natalia Magni, che interpretano i tre filosofi con le rispettive mogli.
Sono loro che sollevano uno spettacolo altrimenti abbastanza piatto.
La recitazione di Viviani è leziosa, fintamente affettata e giustamente esilarante, perfetta nell'interpretare la caricatura dei tre filosofi.
La Magni, pur interpretando un personaggio minore, mostra una padronanza del corpo e della voce davvero notevoli, perfettamente a suo agio sulla scena, enfatizza e in parte definisce lo spirito parodistico dell'opera. Mi piecerebbe vederla in un ruolo da protagonista.

I costumi di Gianluca Sbicca e Simone Valsecchi sono sfarzosi e coloratissimi, perfetti per un divertissement settecentesco, se avete visto Marie Antoinette di Sofia Coppola capite cosa intendo.
Criptica la scnografia che rappresenta un paesaggio aperto e sconfinato nonostante le scene si svolgano sempre al chiuso. Potrebbe essere un'allegoria del pensiero di Voltaire o delle "magnifiche e progressive" idee illuministe.

Anche le musiche di Cesare Picco che pure hanno una parte marginale nell'opera sottolineano piacevolmente alcuni momenti enfatizzandone l'umore.

Ciò che proprio non va sono i dialoghi. L'idea alla base del testo è buona e poteva essere sviluppata molto meglio.
Mi aspettavo un continuo inanellarsi di duelli verbali, doppi sensi, battute argute e graffianti sullo stile di De Laclos o di Castiglione in perfetto stile da salotto d'epoca... e invece per una buona parte dello spettacolo si susseguono battutine fiacche, ripetitive e prevedibili.
Odiosi i momenti (per fortuna pochi) in cui gli attori escono dal personaggio settecentesco per fare l'occhiolino a una comicità contemporanea. La sensazione è che in più occasioni l'autore fosse a corto di idee per far parlare i personaggi e pertanto abbia affidato al non verbale, al paraverbale (e all'immaginazione del pubblico) il compito di riempire gli spazi vuoti lasciati nel testo. Davvero peccato. Un'ocasione sprecata.

Replica domani sera al Teatro Ariosto

sabato 28 marzo 2009

Report dall'incontro con Wisława Szymborska

Wisława SzymborskaArrivo con largo anticipo in via Castiglione ma nell'aula absidale (ex-chiesa) di Santa Lucia ci sono già parecchie sedie occupate. Mentre cerco un posto vicino al palco sento risuonare i nomi di grandi poeti dai commenti del pubblico: "Pascoli... Leopardi... rime baciate... Certo che in Italia non c'è un poeta che riempia..."

Mi siedo e noto con piacere che dove probabilmente c'era un simbolo religioso ora splende fiero il logo dell'Alma Mater. Una piccola vittoria per gli umanisti laici.
Cerco di scorgere qualche faccia conosciuta tra i posti riservati ai professori ma ancora niente. Si sa, quelli arrivano sempre all'ultimo minuto.

Nel frattempo ripenso a quando vivevo a Bologna, alle poesie che si trovavano perfino alle fermate degli autobus, al primo incontro con i libri della Szymborska nei sotterranei della Sala Borsa. Fu amore a prima vista ma mai avrei immaginato di vederla dal vivo quattro anni dopo.

A pochi minuti dall'inizio l'aula absidale è davvero traboccante di gente. Potenza del marketing o attrattività dell'ospite? Giovani, adulti, anziani... tutti sono venuti a vedere una poetessa polacca. Premio Nobel, certo, ma pur sempre poetessa polacca. Chissà se quando ci facevano la messa c'era così tanta gente...

Nelle prime file rivedo i miei professori di Bologna, Giovanna Cosenza e Roberto Grandi. Chissà se si ricordano ancora di me dopo quattro anni. E poi lui, sua maestà il cui nome aleggiava al dipartimento di Comunicazione come una presenza inafferrabile.

Puntuali si inizia. La parola al Magnifico Calzolari che in pochi minuti parlando dell'importanza della letteratura ricrea l'aura di superiorità e sano menefreghismo che sentivo anch'io quando ero parte dell'Unibo. a Bologna non ti devi giustificare se studi lettere, anzi, ti senti davvero parte di una tradizione immensa e gloriosa. E se gli altri non capiscono sono affari loro. Noi andiamo avanti fieri per la nostra strada.

Si inizia con i vari ringraziamenti e saluti. Sono presenti i più grandi esperti italiani di lingua e cultura polacca nonché il traduttore ufficiale italiano della Szymborska che riceve una medaglia dalla rappresentanza del ministero della cultura polacco...

"Imaginatevi come si sente una persona che viene qui per la prima volta e si aspetta un pubblico di 100-150 persone al massimo." Modesta come tutti i grandi.
"La poesia piace, ma piace anche la pasta in brodo". Va bene, non ci esaltiamo.
La Szymborska ha scritto in media una poesia ogni due mesi nei suoi 57 anni di carriera. Parole parche in un'epoca di sproloqui.
Ci parla di miracoli quotidiani, inosservati, insegnandoci ogni volta lo stupore.
Chiara, trasparente, comprensibile. Si preoccupa molto che il lettore possa capire. Leggera, rapida, ironica, arguta. Sintetizza una molteplicità di vite.

Il traduttore parla della difficoltà della negoziazione dei significati e dell'importanza della patria di elezione. So bene cosa intendi, amico.

Segue una divertente video-intervista a Woody Allen che cita anche Havel. Non pensavo fosse così famoso.

E finalmente la lettura delle poesie in italiano e alcune in polacco. Silenzio, commozione e scrosci di applausi.
La Szymborska però non commenta nulla. è la persona più minuta seduta a quel tavolo forse si sente a disagio nel bagno di folla. Però qualche domandina potevano fargliela.